COS’è L’Industrial IoT?

Per comprendere cosa sia l’Industrial IoT (solitamente abbreviato con IIoT) è necessario fare un passo “indietro” e raccontare innanzitutto, e in estrema sintesi, cosa intendiamo quando parliamo di Internet of Things.

Kevin Ashton, ricercatore del MIT di Boston ha descritto l’Internet of Things come quell’insieme di tecnologie che permette di controllare, monitorare e trasferire informazioni collegando un dispositivo ad Internet.

L’Industrial Internet of Things è quindi una verticalizzazione del concetto di IoT, focalizzata sull’ecosistema industriale e abilitata da tecnologie come cyber-security, cloud e edge computing, analisi di big-data, intelligenza artificiale e machine learning.

MERCATO DELL’ IIOT

Secondo un report elaborato da IndustryARC, il mercato dell’Industrial IoT raggiungerà i 124 miliardi di dollari  entro il 2021 e dovrebbe superare i 771 miliardi di dollari entro il 2026. Il CAGR (tasso annuo di crescita composto), nel periodo di previsione 2018-2026, viene invece stimato al 24,3%.

La chiave di questa crescita risiede nel fatto che dati ottenuti in ​​tempo reale non solo consentono una migliore gestione del processo produttivo, ma anche un miglior governo di tutti gli asset aziendali, offrendo un quadro chiaro e immediato dell’andamento dell’impresa in tutti i suoi ambiti.

ARCHITETTURA DI UN SISTEMA IIOT

L’ordinaria struttura di un sistema IIoT è un’architettura modulare articolata in 4 livelli :

  1. livello del dispositivo: è la componente fisica del sistema IIoT: hardware, macchine e sensori;
  2. livello di rete: è costituito da protocolli di comunicazione, cloud computing e reti wifi che raccolgono i dati e li trasferiscono al livello successivo;
  3. livello di servizio:  si compone di applicazioni e software funzionali all’analisi e alla trasformazione dei dati in informazioni che possono essere visualizzate sulla dashboard del driver;
  4. livello di contenuto: è l’ultimo strato dello stack ed è formato dai dispositivi di interfaccia utente;

VANTAGGI DELL’ IOT INDUSTRIALE

L’ampia disponibilità di dati rilevati rende possibile monitorare e manutenere (anche in maniera predittiva) infrastrutture strategiche, utilizzando l’IA e il machine learning per generare stime e previsioni sui possibili rischi e suggerendo misure da adottare prima che si verifichino guasti.

Ad esempio nel settore delle infrastrutture, i sensori IoT e gli algoritmi predittivi potrebbero consentire un continuo monitoraggio:

  • di tunnel: per valutarne le deformazioni e la convergenza;
  • di ponti: per controllarne le inclinazioni e le misure di deflessione; 
  • di costruzioni: per misurare le deformazioni statiche sugli edifici e verificarne l’integrità strutturale;
  • del sistema fognario: per valutare la velocità e il flusso delle onde;

Il risultato di progetti basati sull’Industrial IoT si concretizza nella riduzione dei costi energetici e di manutenzione, oltre che nel miglioramento generale della produttività aziendale e della qualità del lavoro. 

CRITICITÀ DELL’IIOT

  • Cyber security: le misure di sicurezza informatica esistenti per i dispositivi IoT sono di gran lunga inferiori, e i rischi talvolta sottovalutati, rispetto alle misure esistenti per computer e device più tradizionali. Il rischio di connettere alla rete un dispositivo è quindi quello di renderlo un potenziale bersaglio di un attacco informatico.
  • Mancanza di standardizzazione nei protocolli di comunicazione:  i protocolli di comunicazione industriale sono la conditio sine qua non per l’interconnessione e lo scambio dati tra un macchinario e un software. Nella maggior parte delle aziende l’hardware è estremamente variegato per età, produttore e tecnologia impiegata. Tale eterogeneità richiede spesso l’utilizzo di protocolli di comunicazione diversi rendendo quindi l’operazione di interconnessione complessa e costosa.

Queste criticità non devono però scoraggiare gli investimenti in progetti IIoT. I benefici apportati nel lungo termine sono estremamente superiori agli sforzi, in termini di risorse umane ed economiche, occorrenti nel breve termine.

IIOT IN GREENVULCANO

Ben prima che l’IoT diventasse un trend di ricerca, GreenVulcano già sviluppava una sua soluzione da proporre ai clienti.

Leader sul mercato dell’integrazione grazie ad un’esperienza di oltre 10 anni, ha recentemente messo sul mercato la propria piattaforma IoT: Sibyl. Si tratta di un servizio cloud (ma utilizzabile anche on premise), plug and play, dedicato alla gestione, al controllo da remoto e alla manutenzione predittiva di sistemi infrastrutturali complessi.

Scopri quale potrebbe essere la soluzione giusta per le esigenze della tua azienda e non esitare a scriverci per approfondimenti.

Per saperne di più sulla soluzione IoT di GreenVulcano visita il sito ufficiale e non perdere l’uscita del prossimo articolo.

Quando si vuole continuare negli anni ad offrire un servizio di valore, in un mercato competitivo come quello dell’innovazione tecnologica, una caratteristica è quella di essere informati sulle tecnologie di ultima generazione e saper anticipare i trend.

Quando si vuole continuare negli anni ad offrire un servizio di valore, in un mercato competitivo come quello dell’innovazione tecnologica, una caratteristica è quella di essere informati sulle tecnologie di ultima generazione e saper anticipare i trend.

Per questo in GreenVulcano non solo ci informiamo ma cerchiamo di capire la vera essenza della nuova tecnologia andando a comprenderla nella sua completezza.

Quindi troviamo incorretto che l’opinione comune identifichi la Blockchain con i bitcoin, quasi fossero uno sinonimo dell’altro. In realtà la Blockchain è una tecnologia molto più complessa, e quindi più interessante, in quanto può essere usata nei campi più disparati.

Questo articolo vuole mettere in luce questo tipo di applicazioni portando degli esempi reali che esulino dall’associazione blockchain / monete virtuali come il riciclaggio di denaro, l’individuazione di frodi e migliori servizi bancari.

Perché Blockchain è uno strumento potente nella lotta al riciclaggio di denaro

Non è strano sentire parlare di evasione quando si tratta di tracciare le origini del denaro. Le bande criminali, i signori della droga ed i gruppi terroristici riescono ogni anno a sottrarsi illecitamente alle autorità trasferendo denaro in diverse parti del mondo. Si stima che il riciclaggio di denaro impatti sull’economia mondiale in una percentuale  variabile tra il 2 e il 5%. Le nuove tecnologie, una volta in mano alla criminalità, diventano strumenti per bypassare le autorità di regolamentazione. La Blockchain e i suoi recenti sviluppi possono sradicare questa pratica.

Il processo di blockchaining comporta un approccio decentralizzato alle informazioni, in cui il dato è archiviato su un’intera rete. Tale rete può contenere e far viaggiare diversi tipi di interazioni che, a loro volta, coinvolgono procedimenti come la dichiarazione dei redditi, il bonifico bancario, i depositi bancari: tutti servizi  accessibili da chiunque abbia in uso un personal computer. Le transazioni sono autenticate da computer connessi alla rete e noti come nodi che lavorano per verificare che il network sia privo di manomissioni e allo stesso tempo controllano e riducono le possibilità che documenti falsificati entrino nello scambio. Una volta che l’autenticazione è stata elaborata, la transazione è quindi visibile al resto delle entità nella rete.

La Blockchain ha la capacità di rintracciare chi ha eseguito modifiche in precedenza e le transazioni che si verificano nel blocco non possono essere alterate in alcun modo. Il blocco nella catena contiene informazioni sulle transazioni, ogni entità coinvolta (benché questo sia rigorosamente “protetta” da una firma digitale) ha un codice identificativo univoco chiamato hash, che separa ogni transazione. L’hash è un’informazione configurata  che utilizza delle funzioni matematiche e una stringa di caratteri. Se una delle funzioni viene modificata, anche l’hash cambierà. Pertanto, se qualcuno cambiasse l’hash in una casella, il vecchio hash si sposterebbe sul blocco che segue. Ciò richiederebbe alla persona coinvolta di rivedere l’hash insieme al resto di quelli nella catena, cosa che comporterebbe un grosso tempo computazionale. Sebbene non sia impossibile eseguirlo, risulterebbe comunque inutile perché è impossibile da eliminare e quindi una volta avvenuta la transazione rimarrà sempre registrata e pubblica.

Un esempio odierno ce lo fornisce il settore degli aiuti umanitari che sta riducendo il riciclaggio di denaro attraverso la blockchain. Uno studente dell’Università di Città del Capo ha usato la blockchain per sviluppare un modo per contrastare possibili corruzioni e frodi quando i donatori trasferiscono denaro destinato alla beneficenza. Il processo funziona facendo trasferire il denaro in un conto di deposito a garanzia tramite una banca che distribuisce token che assomigliano a denaro fiat ai beneficiari. Inoltre loro sono gli unici in grado di riscattare i token, eliminando così l’intercettazione del fondo. In questo senso, la tecnologia Blockchain offre chiarezza e supporto ai donatori, fornendo allo stesso tempo alle organizzazioni un modo per monitorare dove e come viene distribuito il denaro per le spese dirette e indirette.

Il governo dell’Honduras ci fornisce un altro esempio di applicazione, infatti  ha collaborato con Factom, esperto di settore, per monitorare la registrazione dei crediti fondiari.

Allo stesso modo, IBM non vuole perdere questa occasione e si sta muovendo attraverso partnership con le industrie che implementano blockchain. La società ha presentato un brevetto per il sistema “Node Characterization in Blockchain”, e i dati di questi nodi verranno utilizzati per raccogliere informazioni sui diversi tipi di transazioni che compongono la rete.

Blockchain e nuovi servizi per le banche

Le banche e i settori economici stanno anche valutando le potenzialità del Blockchain. Il 69% delle banche più importanti del mondo sta sperimentando questa tecnologia: Goldman Sachs, Microsoft e Bank of America Merrill Lynch, Barclays, BBVA, CIBC, Commerzbank, DNB, HSBC, Intesa, KBC, KB Kookmin Bank sono solo alcuni. Molto note per le loro rigide normative guidate da atteggiamenti conservatori, le banche vedono nella blockchain benefici promettenti e possibili soluzioni alle loro sfide più urgenti.

Il settore bancario tradizionale si affida ai mediatori per svolgere varie funzioni. Questi intermediari rendono il processo più costoso; la Blockchain elimina la necessità di questi attori, rendendo i servizi più accessibili per la banca e il consumatore. Un’area popolare in cui la Blockchain sembra essere un processo di valore è il trasferimento di denaro internazionale visto i suoi costi ridotti e l’elaborazione più veloce. Le transazioni bancarie degli utenti online possono anche essere effettuate tagliando i passaggi per la verifica dell’identità. Se all’utente viene data la scelta di selezionare in che modo vuole essere identificato, può essere trasferito ad altri servizi che si trovano nella blockchain e avviare le transazioni senza la necessità di riverificare la loro identità.

Civic è un sistema di verifica dell’identità che fa esattamente questo senza raccogliere o archiviare effettivamente i dati. Nel sistema decentralizzato, Civic funziona come una forma digitalizzata di un portafoglio in cui viene utilizzata un’identità verificata e controllata in modo indipendente su una gamma di servizi da una singola blockchain, eliminando così la necessità per l’utente di identificarsi ogni volta. Bank of America ha iniziato lo scorso dicembre a implementare Blockchain nel suo ATMS. Lo scopo del progetto è migliorare la comunicazione all’interno dei sistemi facilitando i servizi di transazione che comportano il prelievo di contanti e altri servizi ai consumatori che potrebbero non essere nella stessa banca, ma fanno parte di una banca partner che si trova all’interno della stessa rete ATM.

Conclusione

Anche se il Blockchain non è una tecnologia recente, è sicuramente qualcosa che ha guadagnato un certo interesse negli ultimi due anni. I vantaggi del suo utilizzo hanno aperto nuove prospettive nella lotta al riciclaggio di denaro sporco in tutto il mondo, oltre ad aiutare il settore bancario a migliorare i suoi servizi ed ad essere meno costoso.

Ma non è solo questo, in Greenvulcano pensiamo che sarà una tecnologia rivoluzionaria soprattutto per le aziende nell’ambito dell’industry 4.0.
Per questo in tutti i nostri progetti IoT stiamo configurando i nostri sistemi di integrazione in modo da poter supportare una rete Blockchain.

Se volete saperne di più visitate la sezione del sito che approfondisce l’argomento a questo link.


 

Facciamoci una domanda. Come si risolve di solito un problema aziendale utilizzando l’IoT? La risposta è semplice:

  • si distribuiscono i sensori IoT in tutto l’edificio, tra la forza lavoro e i campi;
  • si installano gateway e lettori in tutto lo spazio per raccogliere dati dai sensori e inviarli al cloud;
  • infine si utilizza l’apprendimento automatico o un’intelligenza artificiale per ottenere le risposte che risolvono il problema aziendale.

Ora, formuliamo la domanda in modo diverso. Se i problemi sono facili da identificare e risolvere, perché l’IoT non è quasi mai la soluzione completa a questi problemi? La realtà della risposta è: qualsiasi problema di business che può essere risolto dall’ IoT appare facile sulla carta ma difficile da implementare.

 

Questo, perchè, fare in modo che l’IoT funzioni per le masse è più una sfida sui dati che un problema di connettività del dispositivo. Per prima cosa dobbiamo estrarre i dati dai dispositivi e in seguito capire il loro significato. Finora, il mercato si è concentrato su come avere gadget intelligenti online, ma abbiamo visto poche innovazioni per aiutarci ad utilizzare tutti i dati raccolti. Di conseguenza, molte soluzioni IoT soffrono del problema dell’ultimo miglio.

 

Riguardo questo argomento Marco D’Ambrosio, Responsabile R&D della GreenVulcano Tecnology s.r.l. ha le idee molto chiare:

“ Prima del diffondersi della cultura dell’informatizzazione ciò che oggi viene realizzato con un semplice programma software, veniva realizzato con schede elettroniche fisiche che talvolta gestivano meccaniche. Basti pensare alle aziende di produzione industriale che ancora oggi ne fanno largo utilizzo. Oggi tutti parlano di IoT ma pochi hanno percorso l’ultimo miglio colmando il GAP tra la parte immateriale “software” e la parte materiale “Device”. Anche se il passo sembra breve, in realtà rappresenta l’unione di due mondi, quello dell’elettronica e della meccanica da un lato e quello dell’informatica dall’altro. “

 

In altre parole, queste soluzioni stanno raccogliendo dati, ma non riescono ad aiutare le persone a comprenderli.

 

Abbiamo allora chiesto a Marco cosa può facilitare l’adozione di questo processo.

“La road map di questo procedimento è dettata fortemente dai fondi e dagli strumenti messi in campo dagli enti preposti, infatti possiamo notare che tutto il mondo sta spingendo verso l’industria 4.0, che non è nient’altro che unire questi due mondi che hanno trainato lo sviluppo di tutte le maggiori economie mondiali degli ultimi 60 anni.

Va sottolineato che il device è un fattore abilitante e non lo scopo ultimo dell’innovazione, che invece si spinge verso la profonda comprensione di quelle correlazioni che rendono profittevole una procedura.”

È quando i dati dell’IoT iniziano a guidare le decisioni che la percezione degli oggetti intelligenti passa dall’essere solo fantastici gadget che portano segnali, ad essere agenti di empowerment che trasformano le organizzazioni.

È così che chiudiamo il gap dell’ultimo miglio.

 

E questo è solo l’inizio. Quando i dispositivi avranno avuto una diffusione più ampia, le cose diventeranno sempre più interessanti, tutto a patto che riusciamo a  decodificare ciò che i dispositivi hanno da dire.

 

Ma qual è la caratteristica fondamentale di questa nuova prospettiva?

“Questo nuovo approccio genererà conoscenza condivisa.

Mentre prima una visione del genere era appannaggio degli esperti, che riuscivano a vedere le sacche di inefficienza annidate nel processo, grazie ad un fattore di “data analysis naturale” dettato dall’esperienza, l’IoT e la deep analysis renderanno più democratico ed accessibile raggiungere l’eccellenza.

Chi vincerà questa grande sfida sono le aziende che riusciranno a realizzare piattaforme iot aperte, per la realizzazione di applicazioni volte a risolvere problemi veri, preoccupandosi della sicurezza e della filiera del dato.”

 

Saremo, quindi, in grado di prendere decisioni più intelligenti sul nostro benessere personale, le nostre prestazioni professionali e il mondo che condividiamo.

 

Con sensori sempre più a basso costo, connettività ovunque e la crescita sempre più rapida

del volume di dati, l’Internet delle cose rischia di rimodellare il mondo come lo conosciamo. Secondo Gartner, Inc., ci saranno quasi 26 miliardi di dispositivi connessi entro il 2020. Dai dispositivi indossabili all’automazione domestica, all’ottimizzazione della produzione, le possibilità sono enormi, ma lo sono anche le sfide.

 

“A mio avviso questa è una vera e propria rivoluzione industriale che farà una selezione naturale delle aziende veramente Innovative e quelle che invece dichiarano di esserlo ma che in realtà sono conservative e faranno molta fatica ad andare avanti.”

 

Se non vuoi farti sfuggire l’opportunità che questa trasformazione digitale porta contattaci per una consulenza gratuita a questa email : marketing@greenvulcano.com

Appena possibile fisseremo un incontro dove potrai risolvere i tuoi dubbi e avrai gli strumenti necessari per affrontare questa rivoluzione.

Continuiamo il nostro approfondimento sullo SmartWorking. Abbiamo già descritto precedentemente le caratteristiche in generale e fatto un’analisi puntuale su cosa dice la normativa a riguardo [NdR vedi  articolo precedente].

Questa volta cercheremo di andare sul pratico dell’implementazione dei processi di lavoro da remoto e lo faremo innanzitutto sottolineando quali sono le principali difficoltà e poi descrivendo degli esempi di successo sia internazionali che nazionali.

6 cose da tenere in conto quando si parla di SmartWorking

Un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite ha rivelato che mentre i dipendenti sono più produttivi quando lavorano al di fuori dell’ufficio convenzionale, sono anche più vulnerabili a lavorare più ore, a un ritmo di lavoro più intenso, interferenze da lavoro a casa e, in alcuni casi, maggiore stress.

Di seguito analizziamo un pò più in dettaglio le principali sfide che la gestione del lavoro a distanza porta con sè.

  • lavorare troppo

Uno dei motivi per cui molti manager non approvano il lavoro a distanza è che temono che i dipendenti non lavorino senza quella supervisione fisica e personale. Ma, la maggior parte delle volte, il contrario tende ad essere la realtà: i lavoratori remoti hanno maggiori probabilità di caricarsi di lavoro e raggiungere più risultati. Quando la vita personale e il  lavoro sono entrambi sotto lo stesso tetto, è più difficile “spegnere”.

Come evitare il sovraccarico?

  1. Bisogna imporre delle pause e impostare orari di inizio e di fine chiari,
  2. Impostare gli appuntamenti sul  calendario per la fine della giornata per uscire dall’ufficio di casa,
  3. Disattivare le notifiche sul telefono e sul computer in modo da non tornare al lavoro dopo poche ore.
  • Interruzioni: famiglia, animali domestici e / o il campanello

La buona notizia è che, quando si lavora da casa, si evitano i colleghi che vengono alla scrivania e altre interruzioni di ufficio (è il compleanno di qualcuno! Si organizza una torta nella sala delle feste!). La cattiva notizia è che probabilmente dovranno essere affrontate altri tipi di interruzioni e distrazioni, indipendentemente dal fatto che sia il corriere di UPS che ti consegna un pacco o i suoceri che vengono senza preavviso.

Questo è doppiamente vero quando i bambini sono coinvolti.

  • Problemi di comunicazione

La comunicazione è fondamentale per un team remoto e per questo mantenerla a livelli decenti è una grande sfida.

Il problema della comunicazione è certamente più complesso se solo alcuni membri del team lavorano in ufficio. Si potrebbero perdere delle importanti discussioni che sono avvenute tra una pausa e l’altra o non partecipare a delle decisioni. A meno che l’azienda non abbia costruito una cultura dell’inclusione per i lavoratori remoti, questo potrebbe essere un problema serio.

L’unica vera soluzione è comunicare il più possibile, chiarendo tutto ciò che potrebbe essere un fraintendimento e essere proattivi nel parlare.

  • Condivisione del materiale

Per lavorare, ai dipendenti dovrebbe essere permesso di utilizzare qualsiasi dispositivo desiderino per accedere alle applicazioni e ai servizi dell’azienda in modo sicuro e da remoto.

L’utilizzo di strumenti tecnologici che connettano a distanza il lavoratore (computer, tablet etc.) non è considerato dalla legge obbligatorio per fare “SmartWorking”, ma certo nei fatti questa è e sarà la modalità prevalente.

  • Differenze di fuso orario

Relativo all’essere o al sentirsi fuori dal giro, alcune aziende riscontrano il problema della differenza di fusi orari. Se l’azienda è dislocata in parti lontane nel mondo potrebbe anche accadere che una parte del team si svegli solo quando l’altra parte sta andando a letto. E se, da un punto di vista della produzione, avere il team dislocato in diverse fusi può essere un’opportunità per generare un ciclo virtuoso dove il lavoro non smette mai di essere lavorato ma passa solamente da un collega all’altro, ciò significa anche che non puoi sempre fare affidamento sul fatto che un collega sia disponibile per rispondere a una domanda urgente o risolvere qualsiasi altra necessità immediata.

  • Tecnologia a Singhiozzo

Niente fa tremare di paura un lavoratore remoto quanto un’interruzione di internet. O, forse, quando il tuo computer si rompe. In queste occasione la responsabilità è solo sul dipendente che deve trovare soluzioni prima possibile perdendo quell’equilibrio lavorativo che era riuscito a costruirsi.

Esempi di successo

Internet ad alta velocità e potenti app consentono a chiunque abbia un lavoro da scrivania di lavorare da casa. Eppure oggi la maggior parte delle aziende insistono nel dire che i dipendenti subiscono il pendolarismo, a volte schiacciante, in un ufficio.

É chiaro che il tempo per un confronto è importante: ottimo per team-building, la collaborazione e per non perdersi nelle sfumature della comunicazione. Tuttavia, come già dimostrano alcune aziende, non è necessario un ufficio fisico per avere successo.

In effetti, si potrebbe obiettare che il fatto di essere completamente remoti con un team distribuito al 100%, senza alcun ufficio aziendale, renda le aziende più redditizie.

Tra gli esempi che abbiamo trovato più interessanti abbiamo scelto:

Buffer

I loro strumenti di gestione dei social media sono utilizzati da oltre 60.000 clienti paganti perché rendono la condivisione sui social network molto semplice e veloce.

Buffer ha un team completamente distribuito, con oltre 80 dipendenti che lavorano in diversi paesi. É molto interessante la mappa dei fusi orari dei dipendenti che viene resa pubblica. Oltre al telelavoro, i benefici per i dipendenti includono vacanze illimitate, libri gratuiti e kindle e ritiri internazionali annuali (l’ultimo era a Waikiki, nelle Hawaii!).

InVision

InVision offre una piattaforma di collaborazione per la progettazione e la prototipazione. Con InVision, i team possono progettare e testare i prodotti utilizzando un’interfaccia intuitiva da qualsiasi luogo, proprio come funziona il team di InVision composto da oltre 220 membri dello staff dislocati in 14 paesi diversi.

Così Avi Posluns, InVision Director of Team Happiness, descrive la loro esperienza:

“Essere distribuiti al 100% è intenzionale. Il nostro CEO Clark Valberg vuole che il suo staff lavori dove vuole, quando vuole. Poniamo l’accento sui risultati, non sulla presenza fisica. Essere remoti ci consente anche di attingere a talenti che non sono limitati dalla posizione fisica. Siamo in grado di coinvolgere i membri del team che sono bravi in ​​quello che fanno indipendentemente da dove si trovano.”

La startup offre un’ampia gamma di benefit tra cui  assicurazione medica personale, tessere gratuite per la palestra, indennità per le attrezzature, borse per conferenze e viaggi, e persino bevande Starbucks illimitate. Check-in settimanali e indagini anonime aiutano a garantire che i dipendenti siano soddisfatti e non abbandonati al loro lavoro.

Barilla

Barilla, ha lanciato il proprio progetto di SmartWorking nel 2013 e punta a coinvolgere tutti i lavoratori entro il 2020, linee produttive escluse.

L’obiettivo del progetto è dare ai dipendenti la possibilità di lavorare in modo flessibile, ovunque e in qualunque momento, grazie a nuovi strumenti digitali di comunicazione e nuove metodologie. Per questo l’azienda emiliana – che impiega nel mondo circa 8.000 persone, con un fatturato superiore a 3 miliardi di euro e 29 siti produttivi – ha esteso il progetto di SmartWorking a tutte le proprie sedi, nazionali e internazionali. La risposta dei dipendenti è stata eccellente: circa 1.200 dipendenti hanno aderito al progetto partito tre anni fa, che punta a coinvolgere tutti i lavoratori, al netto delle linee produttive. Fino ad ora ad apprezzare la possibilità di lavorare in modo agile sono in particolare le donne tra i 30 e i 55 anni e chi effettua un tragitto tra casa e ufficio maggiore di 25 chilometri.

“SmartWorking per Barilla significa tre cose” – afferma Alessandra Stasi, responsabile Organization & People Development – “In primo luogo, lavorare dovunque, comunque e in qualunque momento. E in secondo luogo vuol dire utilizzare gli spazi in un modo diverso: abbiamo lavorato molto nelle varie sedi per riorganizzare gli uffici intorno alle attività di collaborazione, di comunicazione, di concentrazione individuale, che oggi possono essere fatte anche da remoto. Il terzo aspetto sono le tecnologie digitali”.

Conclusione

Lo SmartWorking è un cambiamento organizzativo. Passare dalla presenza fisica in ufficio al lavoro per obiettivi con un’evoluzione dei modelli di leadership.

La percezione che le attuali «pratiche lavorative» non siano sufficientemente flessibili per ottenere il massimo dai propri organici è sempre più diffusa e quindi sempre più aziende si stanno organizzando per instaurare questa nuova cultura.

Ma questi cambiamenti devono portare la definizione di un’ assetto aziendale più fluido che possa permettere di lavorare in remoto accedendo a file salvati nei server locali dell’azienda, di scambiare file tra colleghi in maniera sicura e di automatizzare i processi che più richiedono tempo e meno necessitano la presenza umana.

Per fare tutto ciò GreenVulcano ha ideato un’intera suite di software che sta cambiando la vita lavorativa di numerose aziende internazionali.

Con questo documento abbiamo cercato di dare tutte le informazioni possibili per prendere una decisione, ma ci auguriamo che questa lettura non rimanga solo uno sforzo informativo ma sia uno stimolo per portare una nuova trasformazione nelle aziende.

Se sei intenzionato a saperne di più contattaci qui:

marketing@greenvulcano.com

e insieme cercheremo la soluzione migliore per raggiungere i tuoi obiettivi.

 

L’OPEN SPACE sembra aver fallito. Lo spazio di lavoro aperto e condiviso che sembrava essere la risposta alla routine solitaria e alienante non è efficace e ha anche notevoli ripercussioni sulla produttività. Diffuso negli ultimi anni per migliorare il lavoro di squadra e incoraggiare un flusso di idee costante e libero tra colleghi, sembra cedere il passo a nuove soluzioni.

La futurologa Nicola Millard, esperta di dati, analisi e tecnologie emergenti, ha previsto che i dipendenti diventeranno “lavoratori con lo zaino in spalla”, cioè armati di laptop o tablet, collaboreranno in piccoli gruppi da remoto.

Nel suo discorso al New Scientist Live di Londra, ha ripetuto una teoria su cui insiste da anni: “gli uffici open space sono un modello che non si adatta a nessuno, siamo interrotti ogni tre minuti, ci sono troppe distrazioni”.

Tutto ciò suggerisce che nei prossimi anni gli uffici tradizionali saranno solo un ricordo e ci si orienterà sempre più verso soluzioni fluide, o meglio intelligenti.

In Italia, è solo da pochi giorni che grazie alla sperimentazione avviata lo scorso luglio, i dipendenti di Osmar potranno, attraverso accordi regolati individualmente, lavorare fuori dagli stabilimenti.

Lo SmartWorking rappresenta un grande cambiamento culturale che deriva dalla missione di riconciliare i tempi di vita e di lavoro. I “lavoratori intelligenti” saranno persone senza un cartellino, con totale autonomia. E, come nel caso di ogni “rivoluzione industriale”, sarà un passo che porterà sicuramente molti vantaggi ma anche diversi cambiamenti che l’azienda deve imparare a gestire.

Abbiamo intervistato diversi esperti esponenti del mondo del lavoro e di compagnie internazionali e per approfondire meglio questo argomento abbiamo deciso di iniziare facendo chiarezza su cosa dice la nuova legge che ha reso possibile lo SmartWorking.

La legge sullo SmartWorking

Con la legge sul “Lavoro Agile” (n. 81/2017), lo SmartWorking è stato istituzionalizzato in Italia, e ogni dipendente avrà la possibilità di svolgere il lavoro subordinato in modo flessibile lontano dai locali dell’azienda. La legge si applicherà anche a tutte le pubbliche amministrazioni. Questa legge è rivolta a impiegati o manager e si basa su tecnologie in mobilità come tablet e smartphone.

Agli “operai agili” viene garantita la parità di trattamento – economico e normativo – rispetto ai colleghi che svolgono il servizio con modalità ordinarie. Pertanto, è prevista la loro tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall’INAIL nella circolare n. 48/2017.

In particolare la definizione di SmartWorking, contenuta nella Legge, pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone).

Attenzione però: il lavoro agile non è un nuovo tipo di contratto di lavoro, ma solo una modalità di esecuzione del rapporto subordinato da eseguire in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti: può essere a tempo determinato o indeterminato, ma sempre con la possibilità unilaterale del dipendente di recedere.

Il lavoro agile dal 2013 al 2016 è cresciuto del 40% in Italia. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio SmartWorking del Politecnico di Milano: gli smart worker italiani sono 250.000 vale a dire circa il 7% del totale di impiegati, quadri e dirigenti. A essere interessate ai lavoratori agili sono le grandi aziende (il 30% ha realizzato nel 2016 progetti ad hoc); ancora indietro le piccole e medie imprese.

Lo SmartWorking è dunque un nuovo approccio al modo di lavorare e collaborare all’interno di un’azienda e prevede tre passaggi fondamentali:

  1. rivedere il rapporto di lavoro – dal numero di ore lavorate agli obiettivi da raggiungere.
  2. il rapporto tra manager e dipendente deve passare dal controllo alla fiducia.
  3. rivedere gli spazi di lavoro in chiave smart: con la tecnologia cloud e device portatili la scrivania diventa virtuale.

Il lavoro agile mette al centro dell’organizzazione la persona con lo scopo di far convergere i suoi obiettivi personali e professionali con quelli dell’azienda e aumentare la produttività.

Le aziende italiane, grandi e medie, hanno accolto con favore la nuova legge, che ha inserito in una cornice normativa una prassi da tempo già diffusa in molte multinazionali, e ne ha accelerato l’adozione in molte altre, con un incremento del 14% del numero di smart worker in Italia, passati da 240.000 nel 2016 a 305.000 nel 2017 (fonte Osservatorio SmartWorking Politecnico di Milano).

Conclusioni

Speriamo che alla fine di questo articolo, abbiate acquisito una familiarità con l’argomento SmartWorking e stiate già pensando come implementarlo nella vostra azienda.

Questo articolo è il primo di una serie in due parti. Il secondo parlerà appositamente delle principali difficoltà di chi implementa un progetto di lavoro da remoto e daremo degli esempi di implementazione eseguita con successo sia Internazionale che Nazionali. Inoltre, se hai qualche dubbio o domanda, sentiti libero di scriverci all’email marketing@greenvulcano.com al più presto riceverai una nostra risposta.

Le fabbriche stanno cambiando. Sono sempre più digitali e interconnesse, grazie all’evoluzione di vecchi processi e all’introduzione di nuove tecnologie quali: Automazione, Robotizzazione, Intelligenza Artificiale e Big Data, che nel loro complesso stanno contribuendo a rendere le fabbriche sempre più intelligenti.

La quarta rivoluzione industriale è cominciata anche in Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa con qualche rischio e molte opportunità.

Secondo l’ex Ministro dello sviluppo economico, Mario Calenda, il pacchetto industria 4.0 introdotto il 21 Settembre 2016, aiuterebbe le imprese Italiane a rilanciare la loro capacità competitiva, attraverso investimenti tecnologici molto mirati, contribuendo così a una ripartenza di tutto il comparto economico.

Anche  Luigi Di Maio, leader 5 Stelle e nuovo Ministro dello sviluppo economico ha raccontato cosa farà per l’innovazione e il digitale in Italia. In una recente intervista rilasciata a febbraio durante la campagna elettorale, ha detto di voler sostenere l’ecosistema delle startup, l’industria 4.0 e delle imprese innovative italiane coinvolgendo tutti i settori in cui la tecnologia ha un ruolo chiave, quindi anche scuola, cultura, ambiente e turismo.

Intanto Gianni Potti, presidente di CNCT – Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, lancia un appello al nuovo ministro Di Maio, all’interno di  una lettera dove sono racchiusi 5 punti per una strategia per evitare sprechi e massimizzare i possibili interventi del governo:

  1. Andare oltre la leva dell’iper ammortamento

 

 

In Italia nel 2017 abbiamo registrato il 10% in più di vendite di macchine utensili, rispetto all’anno prima. Ciò ci consente di dire indubbiamente che la prima leva che funziona su Industria 4.0 è l’iper-ammortamento al 250%, dedicato al cambio dei macchinari e del software annesso, nelle aziende.

Provvedimento utilissimo per rigenerare il parco macchine del Paese, ma Industria 4.0 non può essere e non è solo una leva fiscale, è molto di più, è la trasformazione del sistema industriale europeo è la re-ingegnerizzazione del processo produttivo, è il ripensamento totale del rapporto prodotto/servizio. Questa la prima questione da risolvere, ovvero come stimolare, anche con incentivi e voucher la parte del processo produttivo della consulenza, del cloud, della sensoristica, dei social, del marketing, degli analytics e big data, della cyber security e così via.

 

  2. Collegare Competence center e Digital Innovation Hub

 

Negli ultimi anni sono nate due diverse interpretazione del ruolo dei DIH: una nata direttamente in seno all’Unione Europea e la seconda data dal MISE.

L’obiettivo primario è dunque quello di ritrovare una direzione unica per il ruolo dei DIH, portandoli al loro scopo originario: quello di specializzazione sui loro compiti strategici (orientamento, alta formazione e ricerca applicata) e quello, fondamentale, di relazione e connessione con le PMI del territorio locale.

Qualora questo non dovesse avvenire il rischio è di far perdere il treno dell’innovazione a tutto il nostro zoccolo duro di imprese: le piccole e medie.

 

  3. Una strategia condivisa tra Governo, Regioni e Camere di commercio

 

La terza questione è come il piano Industria 4.0 si integra o potrà integrarsi, con Unione Europea, Regioni e Camere di Commercio.

Il suggerimento è la costituzione di una cabina di regia del governo con la Conferenza delle Regioni e le Camere di Commercio, per una strategia condivisa e soprattutto per evitare sovrapposizioni e sprechi.

 

  4. Promuovere l’innovazione delle PMI

 

Le PMI sono la chiave per raggiungere la crescita sostenibile di medio e lungo termine necessaria all’Italia. Come dice il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, “Le PMI sono la chiave per diffondere la quarta Rivoluzione Industriale in Giappone. Promuoveremo e supporteremo l’introduzione di IT e robot adatti ai bisogni di aziende di medie e piccole dimensioni in base alle condizioni aziendali di ogni impresa”.

Si punta chiaramente ad una tecnologia dedicata alle persone e a vivere meglio le nostre città.

  5. Coinvolgere i giovani

 

 

La prima rivoluzione digitale deve avvenire nelle teste degli imprenditori e nelle competenze, con skill diversi e più elevati, con l’elemento umano al centro dell’Industria 4.0 . Decisivo in questo processo è il coinvolgimento dei giovani, sapendo mescolare la naturale predisposizione dei giovani per il digitale con il know-how presente all’interno delle nostre  imprese.

Un ottimo esempio di questa rivoluzione possiamo vederla in Amazon, una delle piattaforme di vendita più utilizzate al mondo, che sta testando i limiti dell’automazione e della collaborazione uomo-macchina.

Mentre le ambizioni dell’azienda di utilizzare i droni per la consegna hanno conquistato una notevole attenzione da parte dei media, nei magazzini dell’azienda già si utilizzano eserciti di robot “Kiva” connessi tramite  Wi-Fi.

L’idea alla base dell’introduzione dei robot Kiva è che ha più senso che siano i robot ad individuare i prodotti negli scaffali e a portarli dove servono, piuttosto che far eseguire questa attività a un umano, per ragioni sia di velocità che di precisione.

Secondo Dave Clark, vice presidente senior di Amazon, nel 2014, i robot Kiva hanno aiutato l’azienda a tagliare i costi operativi del 20%.

Conclusione

L’intero settore è in grande fermento da diversi anni, sia sul lato aziendale che gestionale.

Bisogna dare atto alla politica di aver capito le esigenze di un mercato così dinamico. Il documento di Confindustria a Di Maio conferma l’esistenza di un sano dialogo tra governo e imprese, ma anche l’esistenza di tanti interrogativi e ostacoli ancora da superare per portare il nostro Paese nelle posizioni che merita di occupare.

Continueremo a seguire gli sviluppi, italiani e comunitari, sull’argomento. Seguiteci sul blog e lasciate un commento per dirci cosa vi è piaciuto e cosa vorreste approfondire nelle prossime uscite.