Quando si vuole continuare negli anni ad offrire un servizio di valore, in un mercato competitivo come quello dell’innovazione tecnologica, una caratteristica è quella di essere informati sulle tecnologie di ultima generazione e saper anticipare i trend.

Quando si vuole continuare negli anni ad offrire un servizio di valore, in un mercato competitivo come quello dell’innovazione tecnologica, una caratteristica è quella di essere informati sulle tecnologie di ultima generazione e saper anticipare i trend.

Per questo in GreenVulcano non solo ci informiamo ma cerchiamo di capire la vera essenza della nuova tecnologia andando a comprenderla nella sua completezza.

Quindi troviamo incorretto che l’opinione comune identifichi la Blockchain con i bitcoin, quasi fossero uno sinonimo dell’altro. In realtà la Blockchain è una tecnologia molto più complessa, e quindi più interessante, in quanto può essere usata nei campi più disparati.

Questo articolo vuole mettere in luce questo tipo di applicazioni portando degli esempi reali che esulino dall’associazione blockchain / monete virtuali come il riciclaggio di denaro, l’individuazione di frodi e migliori servizi bancari.

Perché Blockchain è uno strumento potente nella lotta al riciclaggio di denaro

Non è strano sentire parlare di evasione quando si tratta di tracciare le origini del denaro. Le bande criminali, i signori della droga ed i gruppi terroristici riescono ogni anno a sottrarsi illecitamente alle autorità trasferendo denaro in diverse parti del mondo. Si stima che il riciclaggio di denaro impatti sull’economia mondiale in una percentuale  variabile tra il 2 e il 5%. Le nuove tecnologie, una volta in mano alla criminalità, diventano strumenti per bypassare le autorità di regolamentazione. La Blockchain e i suoi recenti sviluppi possono sradicare questa pratica.

Il processo di blockchaining comporta un approccio decentralizzato alle informazioni, in cui il dato è archiviato su un’intera rete. Tale rete può contenere e far viaggiare diversi tipi di interazioni che, a loro volta, coinvolgono procedimenti come la dichiarazione dei redditi, il bonifico bancario, i depositi bancari: tutti servizi  accessibili da chiunque abbia in uso un personal computer. Le transazioni sono autenticate da computer connessi alla rete e noti come nodi che lavorano per verificare che il network sia privo di manomissioni e allo stesso tempo controllano e riducono le possibilità che documenti falsificati entrino nello scambio. Una volta che l’autenticazione è stata elaborata, la transazione è quindi visibile al resto delle entità nella rete.

La Blockchain ha la capacità di rintracciare chi ha eseguito modifiche in precedenza e le transazioni che si verificano nel blocco non possono essere alterate in alcun modo. Il blocco nella catena contiene informazioni sulle transazioni, ogni entità coinvolta (benché questo sia rigorosamente “protetta” da una firma digitale) ha un codice identificativo univoco chiamato hash, che separa ogni transazione. L’hash è un’informazione configurata  che utilizza delle funzioni matematiche e una stringa di caratteri. Se una delle funzioni viene modificata, anche l’hash cambierà. Pertanto, se qualcuno cambiasse l’hash in una casella, il vecchio hash si sposterebbe sul blocco che segue. Ciò richiederebbe alla persona coinvolta di rivedere l’hash insieme al resto di quelli nella catena, cosa che comporterebbe un grosso tempo computazionale. Sebbene non sia impossibile eseguirlo, risulterebbe comunque inutile perché è impossibile da eliminare e quindi una volta avvenuta la transazione rimarrà sempre registrata e pubblica.

Un esempio odierno ce lo fornisce il settore degli aiuti umanitari che sta riducendo il riciclaggio di denaro attraverso la blockchain. Uno studente dell’Università di Città del Capo ha usato la blockchain per sviluppare un modo per contrastare possibili corruzioni e frodi quando i donatori trasferiscono denaro destinato alla beneficenza. Il processo funziona facendo trasferire il denaro in un conto di deposito a garanzia tramite una banca che distribuisce token che assomigliano a denaro fiat ai beneficiari. Inoltre loro sono gli unici in grado di riscattare i token, eliminando così l’intercettazione del fondo. In questo senso, la tecnologia Blockchain offre chiarezza e supporto ai donatori, fornendo allo stesso tempo alle organizzazioni un modo per monitorare dove e come viene distribuito il denaro per le spese dirette e indirette.

Il governo dell’Honduras ci fornisce un altro esempio di applicazione, infatti  ha collaborato con Factom, esperto di settore, per monitorare la registrazione dei crediti fondiari.

Allo stesso modo, IBM non vuole perdere questa occasione e si sta muovendo attraverso partnership con le industrie che implementano blockchain. La società ha presentato un brevetto per il sistema “Node Characterization in Blockchain”, e i dati di questi nodi verranno utilizzati per raccogliere informazioni sui diversi tipi di transazioni che compongono la rete.

Blockchain e nuovi servizi per le banche

Le banche e i settori economici stanno anche valutando le potenzialità del Blockchain. Il 69% delle banche più importanti del mondo sta sperimentando questa tecnologia: Goldman Sachs, Microsoft e Bank of America Merrill Lynch, Barclays, BBVA, CIBC, Commerzbank, DNB, HSBC, Intesa, KBC, KB Kookmin Bank sono solo alcuni. Molto note per le loro rigide normative guidate da atteggiamenti conservatori, le banche vedono nella blockchain benefici promettenti e possibili soluzioni alle loro sfide più urgenti.

Il settore bancario tradizionale si affida ai mediatori per svolgere varie funzioni. Questi intermediari rendono il processo più costoso; la Blockchain elimina la necessità di questi attori, rendendo i servizi più accessibili per la banca e il consumatore. Un’area popolare in cui la Blockchain sembra essere un processo di valore è il trasferimento di denaro internazionale visto i suoi costi ridotti e l’elaborazione più veloce. Le transazioni bancarie degli utenti online possono anche essere effettuate tagliando i passaggi per la verifica dell’identità. Se all’utente viene data la scelta di selezionare in che modo vuole essere identificato, può essere trasferito ad altri servizi che si trovano nella blockchain e avviare le transazioni senza la necessità di riverificare la loro identità.

Civic è un sistema di verifica dell’identità che fa esattamente questo senza raccogliere o archiviare effettivamente i dati. Nel sistema decentralizzato, Civic funziona come una forma digitalizzata di un portafoglio in cui viene utilizzata un’identità verificata e controllata in modo indipendente su una gamma di servizi da una singola blockchain, eliminando così la necessità per l’utente di identificarsi ogni volta. Bank of America ha iniziato lo scorso dicembre a implementare Blockchain nel suo ATMS. Lo scopo del progetto è migliorare la comunicazione all’interno dei sistemi facilitando i servizi di transazione che comportano il prelievo di contanti e altri servizi ai consumatori che potrebbero non essere nella stessa banca, ma fanno parte di una banca partner che si trova all’interno della stessa rete ATM.

Conclusione

Anche se il Blockchain non è una tecnologia recente, è sicuramente qualcosa che ha guadagnato un certo interesse negli ultimi due anni. I vantaggi del suo utilizzo hanno aperto nuove prospettive nella lotta al riciclaggio di denaro sporco in tutto il mondo, oltre ad aiutare il settore bancario a migliorare i suoi servizi ed ad essere meno costoso.

Ma non è solo questo, in Greenvulcano pensiamo che sarà una tecnologia rivoluzionaria soprattutto per le aziende nell’ambito dell’industry 4.0.
Per questo in tutti i nostri progetti IoT stiamo configurando i nostri sistemi di integrazione in modo da poter supportare una rete Blockchain.

Se volete saperne di più visitate la sezione del sito che approfondisce l’argomento a questo link.


È passato oltre un decennio da quando il termine Internet of Things è stato coniato per la prima volta da Kevin Ashton. Da allora, si è diffuso interessando  un gruppo sempre più fitto e diversificato di industrie. Questo perché è indubbio che in molti modi rende più efficiente la nostra vita di tutti i giorni, colmando il divario tra oggetti fisici e l’uomo con la raccolta e la condivisione di dati su Internet.

Questa tecnologia ha spianato la strada affinché gli oggetti interagiscano prima tra di loro senza la necessità di una gestione da parte delle persone. Le decisioni vengono prese in tempo reale, supportate dai dati, istantaneamente per aiutare a rilevare eventuali cambiamenti nell’ambiente circostante.

Le potenzialità di questo settore all’interno delle città urbane sono sempre più evidenti e ci sono molte realtà pronte ad investire in questo tipo di innovazione. Nonostante i tanti dibattiti sulle potenziali ricadute che questa nuova era tecnologica potrebbe portare, una cosa è certa: le nuove tecnologie stanno abilitando nuove opportunità in aree che non avremmo mai immaginato solo pochi anni fa.

La ricaduta delle nuove tecnologie si può notare soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove si stanno migliorando sia i processi esistenti che rendendo più efficienti quei settori che necessitano di nuove soluzioni per problemi vecchi e tipici del luogo.

I paesi in via di sviluppo hanno sempre affrontato sfide legate alla distribuzione dell’acqua e al miglioramento delle condizioni sanitarie. Le tecnologie IoT hanno creato una metodologia con che ha permesso a diversi paesi di affrontare questo problema in modi innovativi.

La startup CityTaps ha iniziato un esperimento a Niamey, in Nigeria, in collaborazione con l’azienda idrica locale, per mantenere, operare e gestire la lettura dei barometri con una riduzione dei costi e diminuzione delle necessità di manutenzione.

La soluzione proposta da CityTaps è incentrata su partnership selettive con le utility e sulla creazione di un network di sensori IoT supportati da una rete a bassa potenza che consente al sistema di creare pagamenti e rilevare malfunzionamenti in tempo reale. Sfruttando i dati provenienti dai sensori, possono essere rilevate le misurazioni precise e quindi prestazioni più accurate.

Il consumatore pre-paga i servizi idrici ovunque sia, attraverso un dispositivo mobile, sfruttando la maggiore diffusione dei cellulari rispetto ai computer.

In India, la startup SmarterHomes lavora nel campo del consumo dell’acqua con i sistemi di monitoraggio domestico. In risposta a una crisi idrica del 2014 a Bengaluru e in seguito alla crescita della popolazione, la divisione IoT di IBM ha collaborato con il Bangalore Water Supply and Sewerage Board nella creazione di un centro di comando in cui sono in grado di monitorare il flusso e la pressione dell’acqua e attraverso l’IBM Intelligent Water Software mandare allarmi ai responsabili su eventuali discrepanze nel sistema.

L’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo è un altro settore che l’IoT sta innovando. La tecnologia Nexleaf portato valore nello stato di salute generale rendendo le condizioni per le vaccinazioni migliori. Usando un sistema di monitoraggio remoto della temperatura chiamato Cold trace vengono inviate la temperatura di archiviazione e lo stato di alimentazione elettrica al personale tramite SMS ogni volta che si verificano cambiamenti nell’ambiente. I sensori IoT in questi contenitori monitorano costantemente la temperatura, l’umidità e la luce.

L’IoT è anche un mezzo per sviluppare tattiche di risposta alle emergenze quando le catastrofi colpiscono queste regioni; dove le infrastrutture carenti e l’alta densità di popolazione giocano un ruolo significativo nel modo in cui gli effetti si manifestano.

Un esempio è il Messico dove si  utilizza un sistema di allerta precoce chiamato SkyAlert che rileva l’attività sismica 120 secondi prima dell’impatto in base alla distanza dell’epicentro. Fornendo così maggiori opportunità alle persone di rifugiarsi prima che il terremoto colpisca.

Il Brasile ha lanciato nel 2010 un primo centro di intelligence all’avanguardia nel suo genere, in risposta alle frane che si sono verificate in primavera. I sensori di movimento generano feed di dati sul traffico, meteo, polizia e servizi medici in tempo reale. Una volta che i dati sono stati generati, i problemi anticipati vengono rilevati e le difese vengono posizionate. Se emergono potenziali emergenze, i cittadini vengono allertati tramite sms e altre piattaforme multimediali. Quelli maggiormente a rischio, in aree più pericolose, ricevono addirittura una chiamata  per le istruzioni di evacuazione.

I paesi in via di sviluppo stanno vivendo un nuovo progresso tecnologico ed è indubbio il contributo fornito dall’IoT. Chissà, forse l’Internet of Things sarà una possibile soluzione per velocizzare i processi necessari a questi paesi per superare le loro difficoltà.

Per ulteriori informazioni, si prega di visitare il link sottostante per visitare la guida del Forum economico mondiale per costruire una società più sostenibile utilizzando l’Internet delle cose.

http://www3.weforum.org/docs/IoTGuidelinesforSustainability.pdf


Nel primo post relativo alla piattaforma IoT abbiamo parlato di alcuni aspetti introduttivi:

  • L’importanza dell’uso di una piattaforma IoT per la previsione dei disastri, mostrando un vero progetto per monitorare la struttura di ponti e gallerie (partner NTSG)
  • Il significato di data storm o tempesta di dati IoT, cioè la quantità dati che le piattaforme IoT in genere devono trattare
  • L’importanza di scegliere una piattaforma IoT appropriata e un fornitore di servizi esperto prima di iniziare un progetto IoT.

In questo e nei prossimi articoli, descriveremo molti aspetti del mondo IoT e come la piattaforma GV IoT li indirizza, utilizzando come scenario reale per la discussione un progetto per monitorare le deformazioni strutturali di un tunnel autostradale soggetto a smottamenti. Questo scenario verrà utilizzato come sfondo per la narrazione per tutti i post successivi relativi a questo argomento.

Per semplificare l’esposizione della piattaforma GV IoT, in termini di ciò che è e in che modo affronta alcuni dei principali problemi dell’IoT (quantità di dati da elaborare, sicurezza, scalabilità, archiviazione e analisi), descriveremo il viaggio di una singola misurazione che parte dal sensore (oggetto=thing) ed arriva fino agli umani. 

 

In seguito descriveremo il viaggio di ritorno di un comando dagli umani agli “oggetto”.

Cominciamo ora a descrivere lo scenario di monitoraggio e subito dopo inizieremo la descrizione dall’“oggetto”, il vero protagonista di questa storia.

Lo scenario

Il nostro scenario di riferimento sarà il monitoraggio della deformazione strutturale di un tunnel.

La tematica consiste nel monitorare la salute di un tunnel, in termini di deformazioni strutturali che potrebbero danneggiare il tunnel stesso e mettere in pericolo le persone.

 

Tra le cause naturali che influenzano la struttura di un tunnel ci sono:

  • Frane
  • Terremoti
  • Vento
  • Infiltrazioni
  • Temperatura
  • Ecc..

Problemi possono nascere anche da cause umane che influenzano la struttura di un tunnel, come ad esempio:

  • Traffico
  • Veicoli pesanti
  • Incidenti
  • Ecc..

Ma come si prepara effettivamente un tunnel per monitorare le deformazioni.

Nel nostro caso abbiamo utilizzato un BraggMETER industriale FS22 (figura 1 – https://www.hbm.com/en) ed è stato cablato l’intero tunnel con il cavo in fibra (figura 2) e sensori di deformazione e temperatura (figura 3).

Prendiamo come referenza, l’attività svolta con il nostro partner NTSG per il monitoraggio della Val di Sambro: “Sono state installate 3 linee di sensori lungo tutto il tunnel, mentre i sensori termici sono stati installati a distanze precedentemente studiate per consentire il monitoraggio della deformazione dell’intera struttura. I sensori termici sono stati inseriti per compensare gli effetti, sulle letture, delle variazioni termiche (cicli giorno/notte e stagionali) e ottenere informazioni della sola deformazione meccanica. Con questi sensori, è possibile controllare i movimenti longitudinali del tunnel e verificare se il tunnel mantiene la forma iniziale come progettato.”

  • Numero di sensori: 780
  • Frequenza di campionamento: 10 Hz
  • Cablaggio: 30 km di fibra ottica
  • Dimensione pacchetto: 6 byte (sensore singolo) – 30 byte di intestazione per tutti
  • PLE: 4 (piattaforma di lavoro, sollevamento)
  • Orario di lavoro: 24 / 24h, 365 giorni all’anno

 

così da avere:

  • 780 sensori * 10 Hz * 10 byte * 60 secondi * 60 minuti * 24 ore
  • ~ 46 Kb al secondo
  • 161,7 MB all’ora
  • 3,78 GB al giorno
  • 10 messaggi (~ 4,6 kb per messaggio) al secondo da inviare su Internet


Molte informazioni sulla tecnologia IoT utilizzata possono essere trovate qui: https://www.hbm.com/en.

 

(1) FS22: Industrial BraggMETER

(2) Fibre cable: can be very long

(3) Strain sensor

(4) BraggMONITOR application

(5) BraggMONITOR application

(6) Other sensors

 

L’immagine 4 dell’applicazione BraggMONITOR (applicazione per finestre che si collega via LAN all’Industrial BraggMETER) mostra tutti i sensori di deformazione che partono dall’Industrial BraggMETER, che in questo caso ha quattro porte per i cavi in fibra.

 

(7) The tunnel from one of the working platform (PLE)

(8) The FS22 + switches

(9) The fibre cable

(10) Wiring elements

(11) Switch + wiring elements

(12) Wiring elements

Il viaggio dalle “cose” agli “umani”: dati rilevati e analisi. Punto di partenza: le cose (passaggio 1)

Come anticipato la nostra storia inizia con un sensore di deformazione SS01 che misura una lunghezza d’onda di 1572,52 nm (nanometro = un miliardesimo di metro). In realtà non è solo quel sensore che misura la lunghezza d’onda in ogni istante, ma tutti i 780 sensori a una frequenza comune di 10 Hz.

 

 

At 2018-Set-10 10:10:20.1 (.1 = 1/10 of a sec)

Wavelength = 1572.52 nm

 

Ecco alcune domande iniziali a cui abbiamo dovuto rispondere per poter utilizzare la sensoristica in fibra ottica offerta dal BraggMETER:

  • Come possiamo leggere queste importazioni da BraggMETER?
  • Come sono codificate le informazioni? Binario, ASCII?
  • Possiamo leggere un singolo valore alla volta o possiamo leggere in modalità continua (a 10 Hz)?
  • Ho bisogno di un protocollo di comunicazione speciale per usare il BraggMETER?
  • ecc..

Fortunatamente il BraggMETER ha una porta ethernet e un manuale utente che vi invitiamo a leggere per capire le reali problematiche di interfacciamento agli “oggetti”:

 

In breve, ecco le risposte:

Se si apre un socket con la porta di comando e si invia un comando specifico, il BraggMETER può inviare informazioni in modalità continua su un’altra porta. Si può anche decidere se si vogliono le informazioni in modalità binaria o ascii.

L’FS22 parla infatti la lingua “skippy”:

      • telnet <FS22 ip> <command port>
      • Command                                  Responses
      • :SYST:TIME? →                       :ACK:15:33:56
      • :STAT? →                                   :ACK:2
      • :SYST:NTPS? →                       :ACK:1:0.489:0.345
      • :ACQU:CONF:RATE:500 → :ACK

Ogni pacchetto (binario in questo esempio) che si riceve ha un’intestazione di 30 byte e 6 byte per ciascun sensore. In totale (780 sensori * 6 byte) + 30 byte = 4710 byte

Uscita del BraggMETER (ogni 1/10 di secondo = 10 Hz):

  • “<header><ch0:s1>,1572.52,…,<ch0:sn>,…,<ch3:s1>,<ch3:s2>,…,<ch3:sn>”

 

Queste sono tutte le informazioni che vi servono per poter integrare le informazioni dei sensori. Si conclude qui la prima parte del nostro viaggio.

Conclusioni

Nei seguenti Blog posts vedremo come si programma lo strato di Edge computing e come il dato del sensore (la nostra misura) può lasciare il sensore e viaggiare in tutte le sue fasi fino ad arrivare alla visualizzazione da parte dall’essere umano.

Se volete approfondire alcuni argomenti non esitare a lasciarci un commento qui sotto,  anche solo per farci sapere la vostra opinione.

GreenVulcano 4, l’ultima evoluzione del nostro enterprise service bus open source pensato per  andare oltre il tradizionale approccio su architettura SOA interpretando in modo innovativo l’ enterprise application integration (EAI) per rispondere alle esigenze odierne di elevata flessibilità  ma con la robustezza e l’affidabilità dei sistemi tradizionali.

  1. Velocità, in tutte le fasi del ciclo di vita, dallo sviluppo al provisioning sino alle operations, per rispondere nel migliore dei modi alle mutevoli esigenze del mercato;
  2. Economicità, limitando i costi di infrastruttura, grazie alla possibilità di essere utilizzato sia su cloud on demand che su commodity hardware, abbattendo così anche i notevoli costi di licenza software;
  3. Flessibilità, modularità e polimorfismo, che garantiscano la capacità di coprire esigenze che ancora non sono nate e non riusciamo a prevedere, mutando la sua stessa struttura senza una progettazione da zero.

Enterprise service bus| cos’è

Intrinsecamente, l’enterprise service bus è un meccanismo, in cui è sempre prevista un’interfaccia bidirezionale dai sistemi connessi. Ciò significa che tutti i sistemi di origine e di destinazione devono essere connessi all’ ESB e che le applicazioni stesse comunicano attraverso l’invio di messaggi sul bus.

Un enterprise service bus è dunque un bus sul quale viaggiano messaggi tra entità integrate tra loro.
Non bisogna però pensare al BUS ad una struttura meramente di intermediazione in quanto è possibile modificare i messaggi intervenendo nella logica del software.

 

ESB GreenVulcano: un caso d’uso

Per capire meglio la forza di un ESB, andiamo ad analizzarne una sua implementazione.
Supponiamo di avere un modello di business secondo il quale, una serie di negozi che operano in conto vendita, vengono riforniti periodicamente da un unico magazzino, il tutto rispettando la seguente logica:

  1. All’arrivo della merce in ogni negozio il sistema ERP deve essere aggiornato
  2. La cassiera che effettua la vendita del singolo capo di abbigliamento,  invia tramite l’App l’informazione al sistema ERP. Lo stato del capo viene aggiornato in “venduto”.
  3. La cassiera o il responsabile delle Vendite invia tramite l’App l’eventuale reso del capo che un cliente gli ha restituito, per l’emissione di una Nota di Credito
  4. Un batch notturno emette fattura per ogni negozio sul venduto giornaliero
  5. Il sistema di Pagamento invia a Banca Sella la richiesta di SDD (Sepa Direct Debit). Fattura in stato “in pagamento”. A messaggio di avvenuta riscossione del pagamento da parte della Banca la fattura viene settata come “saldata”.

 

Come si può vedere ci sono diversi sistemi e componenti che cooperano tra loro in una realtà che possiamo definire di integration platform: il sistema ERP, i web service esposti dalla banca, l’applicativo che aggiorna il sistema ERP per ogni vendita di un capo, l’inserimento dei dati che avviene tramite lettura  NFC dei vari capi etc…Tutti questi possono infatti adoperare protocolli e linguaggi di programmazione differenti.
L’enterprise service bus mette in comunicazione le diverse applicazioni con cui si interfacciano.

Se ogni servizio dovesse avere un’interfaccia di comunicazione per ogni altro servizio, quante interfacce dovremmo creare?!
Ecco dunque che ogni sistema dovrebbe avere un’unica interfaccia verso l’ ESB.

 

Scalabilità di un ESB

Immaginate l’esempio precedente, in un contesto senza ESB: se ogni componente deve poter interagire con tutti gli altri componenti, non servirebbero più 16 interfacce ma bensi 56!

 

Ogni modifica su un componente potrebbe comportare la modifica di tutte le interfacce di quei componenti con cui interagisce: potete immaginare il tempo che necessita ogni aggiornamento.
L’utilizzo di un ESB rappresenta dunque la scelta vincente, in quanto possiamo ben intuire come un architettura di questo genere possa essere scalare in termini di componenti, consentendone un numero molto elevato.

 

 

 

 

 

Enterprise service bus architecture

L’architettura SOA (Service Oriented Architecture) utilizzata da Greenvulcano, come suggerisce l’acronimo stesso , è un architettura basata sui servizi: su un livello infatti abbiamo le richieste di servizi e su di un altro livello si hanno i servizi veri e propri richiamati e connessi per mezzo di un BUS. Le specifiche OSGI implementate in Greenvulcano permettono dunque lo sviluppo di una piattaforma a componenti.Tali componenti o applicazioni, disponibili sotto forma di bundle per la distribuzione , possono essere installati, avviati, arrestati, aggiornati e disinstallati da remoto senza richiedere il riavvio dell’ ESB che viene deploiato sul container Karaf.
I servizi o componenti all’interno di greenvulcano, possono essere o fortemente disaccoppiati, si pensi al caso in cui  una funzionalità può essere associata ad un singolo servizio, oppure possiamo avere un workflow di servizi (cioè più servizi eseguiti in maniera sequenziale). L’enterprise service bus integra ed orchestra tutto questo.

 

Enterprise service bus|caratteristiche

Qui di seguito verranno descritte le principali caratteristiche di Greenvulcano

 

  • Esecuzione sul container karaf per una maggiore leggerezza: ciò consente inoltre di  caricare nuove configurazioni e feature a caldo senza dover ricaricare e deployare per intero l’applicazione.
  • Integrazione tra diverse applicazioni aventi differenti tecnologie come JMS,Web Services, JDBC, HTTP ed altro
  • Un ambiente visuale di sviluppo (developer studio): ciò consente di sviluppare in maniera semplice ed intuitiva alcuniservizi oppure un workflow di più servizi concatenati.Vedi il nostro tutorial e scopri quanto è semplice creare un  event-driven  push notification.

 

  • Una dashboard di monitoring che permette di fare un deploy dei servizi
  • Alta affidabilità, sicurezza e scalabilità
  • Uso di java 8 e OSGI 6

 

 

 

“Un sistema di controllo … avrebbe permesso di capire subito le condizioni di strutture soggette a possibili catastrofi, ed oggi avrebbe permesso di prevenire molti dei disastri avvenuti negli ultimi tempi”.

Queste sono le parole dell’ing. Paolo Persi del Marmo CEO di NTSG, società partner di GreenVulcano.

La soluzione di cui parla, basata su OF (acronimo di fibre ottiche), nasce proprio dall’esigenza di verificare lo stato di salute di una struttura durante la sua vita, un sistema brevettato da NTSG per monitorare le deformazioni 3D e 2D di un elemento di forma generica, utilizzando le fibre ottiche come mezzo di misura, sistema che trova la sua maggiore applicazione nel controllo di grandi opere (ponti, gallerie, strade, ferrovie, dighe) ed edifici: aspetto di stretta attualità visti i tragici eventi che hanno colpito l’Italia.

I dati una volta acquisiti passano alla piattaforma IoT di GreenVulcano, dove vengono analizzati per redigere report e statistiche, e ad un’intelligenza artificiale che li utilizza per fare manutenzione predittiva e prevenire possibili danni strutturali futuri.

 

Molto probabilmente avrai già sentito parlare del termine Internet of Things.

 

Anche se su internet ci sono ottime descrizioni se hai qualche curiosità sull’argomento ti suggeriamo di iniziare a leggere alcuni dei post del nostro blog per poi approfondire gli argomenti che ti interessano di più:

 

Ma cos’è una piattaforma IoT e quali sono le sue caratteristiche? In questa serie di articoli cercheremo di dare una risposta più completa possibile spiegandone la crescente necessità per ogni azienda che abbia intenzione di far partire progetti IoT e come la società GreenVulcano Technologies, con il suo solido background tecnico, può aiutare le aziende ad affrontare i molti aspetti impegnativi della rivoluzione IoT.

2 – Una “tempesta di dati IoT” sta arrivando. Preparati

Dopo l’Hype iniziale dell’IoT e la fase della disillusione, siamo arrivati all’inizio della fase dell’adozione diffusa della tecnologia e della produttività. I clienti riconoscono l’IoT come un elemento fondamentale per la trasformazione digitale e sono pronti ad intraprendere i giusti passi per farne parte.

Sensori e attuatori di tutti i tipi, vengono aggiunti a Internet ad una velocità inimmaginabile e il mercato IoT continuerà a essere uno dei migliori mercati in crescita esponenziale dei prossimi anni.

I clienti faranno sempre più attenzione alla stima e i risultati di ogni investimento in questo campo.

La quantità di dati che gli “oggetti” generano e scaricano su Internet ogni giorno non è mai stata affrontata prima e avrà bisogno di nuove tecnologie e nuovi paradigmi per poter essere in grado di raccogliere, archiviare, elaborare e analizzare il flusso di dati IoT.

Ma di quanti dati stiamo parlando quando diciamo “tempesta di dati”?

Solo per fare un esempio su uno scenario di monitoraggio reale, vi mostriamo quello di una galleria, per il controllo della convergenza e delle deformazioni longitudinali, quando questa è situata su di un terreno soggetto a smottamenti.

Di seguito alcune foto che mostrano una delle attività fondamentali dell’IoT, cioè quella abilitare gli oggetti a “parlare” per comunicare informazioni. In questo si tratta delle pareti della galleria per tutta la loro lunghezza:

Monitoraggio di una galleria:

  • Numero di sensori: 780
  • Frequenza di campionamento: 10 Hz
  • Wiring: 30 km di fibra ottica (galleria Val di Sambro)
  • Dimensione del pacchetto: 6 bytes (ogni sensor) + 30 bytes di header
  • Orario di esercizio: 24/24 ore, 365 giorni/anno

ne consegue:

  • 780 sensori * 10 Hz * 10 bytes * 60 secondi * 60 minuti * 24 ore
    • ~46 Kb per secondo
    • 161,7 MB per ora
    • 3,78 GB per giorno
    • 10 messaggi (~4,6 kb each message) per secondo

 

Questo è uno scenario semplice, ma ci sono situazioni di monitoraggio che necessitano di frequenze di campionamento a 1000 Hz, che potrebbero richiedere quindi il trasferimento di 1000 misurazioni al secondo su internet.

Per un’idea generale, consideriamo questa tabella, che mostra le gamme di dati relativi a un gruppo di sensori di un ipotetico progetto IoT:

 

Quantità di dati di un ipotetico progetto IoT Numero di byte da trasferire su Internet
Piccolo < 100 MB al giorno
Medio < 1-10 GB al giorno
Alto < 50-500 GB al giorno
Enorme > 500 GB > 1 TB > 100 TB > …?

 

Questa tabella è oggi abbastanza realistica quando classifica il traffico come piccolo, medio, alto ed enorme, e dato che nel prossimo futuro i numeri sono destinati ad aumentare esponenzialmente, l’effetto che si avrà è che la longevità della soluzioni IoT sarà sempre più breve, quindi (di nuovo) è importante adottare soluzioni aperte, modulari e scalabili e, soprattutto, un corretto approccio metodologico che sappia tenere conto di tale crescita se si vuole riuscire a sfruttare questa rivoluzione al meglio.

Qui a GreenVulcano ne siamo ben consapevoli essendo già dovuti troppe volte intervenire su soluzioni e configurazioni che non erano adeguate e che hanno richiedevano la progettazione del sistema ripartendo da zero. Queste situazioni portano come conseguenza diretta l’affrontare un ulteriore spesa, con il principale danno di tenere inoperativa, o operativa solo in una parte, la struttura su cui già si era speso.

3 – Conclusione

Le soluzioni dell’IoT saranno sempre più utilizzate questo perchè trasmettono conoscenze importanti per aiutare la trasformazione digitale e si stanno rivelando un elemento basilare in ogni settore e divisione del mercato. Il cloud, l’analisi e l’IoT miglioreranno straordinariamente le aziende operative comandate dalla tecnologia e conferiranno maggiore produttività, sicurezza, intelligenza e redditività all’impresa. Purtroppo la maggior parte delle associazioni IT non ha quasi nessuna conoscenza o formazione su strutture operative come i sistemi di supervisione controllo e acquisizione dati (SCADA).

Quindi se sei seriamente intenzionato a iniziare un progetto IoT per la tua organizzazione, la scelta di una piattaforma IoT adeguata e la scelta di un fornitore di servizi con esperienza sono estremamente importanti e delicate.

Questo è solo il primo passo perché poi bisogna passare ad un’analisi di nuove caratteristiche che saranno basilari nei prossimi anni quali :

  • intelligenza artificiale
  • edge computing..
  • ecc..

Cose che scopriremo e approfondiremo meglio nel prossimo articolo.

 

Facciamoci una domanda. Come si risolve di solito un problema aziendale utilizzando l’IoT? La risposta è semplice:

  • si distribuiscono i sensori IoT in tutto l’edificio, tra la forza lavoro e i campi;
  • si installano gateway e lettori in tutto lo spazio per raccogliere dati dai sensori e inviarli al cloud;
  • infine si utilizza l’apprendimento automatico o un’intelligenza artificiale per ottenere le risposte che risolvono il problema aziendale.

Ora, formuliamo la domanda in modo diverso. Se i problemi sono facili da identificare e risolvere, perché l’IoT non è quasi mai la soluzione completa a questi problemi? La realtà della risposta è: qualsiasi problema di business che può essere risolto dall’ IoT appare facile sulla carta ma difficile da implementare.

 

Questo, perchè, fare in modo che l’IoT funzioni per le masse è più una sfida sui dati che un problema di connettività del dispositivo. Per prima cosa dobbiamo estrarre i dati dai dispositivi e in seguito capire il loro significato. Finora, il mercato si è concentrato su come avere gadget intelligenti online, ma abbiamo visto poche innovazioni per aiutarci ad utilizzare tutti i dati raccolti. Di conseguenza, molte soluzioni IoT soffrono del problema dell’ultimo miglio.

 

Riguardo questo argomento Marco D’Ambrosio, Responsabile R&D della GreenVulcano Tecnology s.r.l. ha le idee molto chiare:

“ Prima del diffondersi della cultura dell’informatizzazione ciò che oggi viene realizzato con un semplice programma software, veniva realizzato con schede elettroniche fisiche che talvolta gestivano meccaniche. Basti pensare alle aziende di produzione industriale che ancora oggi ne fanno largo utilizzo. Oggi tutti parlano di IoT ma pochi hanno percorso l’ultimo miglio colmando il GAP tra la parte immateriale “software” e la parte materiale “Device”. Anche se il passo sembra breve, in realtà rappresenta l’unione di due mondi, quello dell’elettronica e della meccanica da un lato e quello dell’informatica dall’altro. “

 

In altre parole, queste soluzioni stanno raccogliendo dati, ma non riescono ad aiutare le persone a comprenderli.

 

Abbiamo allora chiesto a Marco cosa può facilitare l’adozione di questo processo.

“La road map di questo procedimento è dettata fortemente dai fondi e dagli strumenti messi in campo dagli enti preposti, infatti possiamo notare che tutto il mondo sta spingendo verso l’industria 4.0, che non è nient’altro che unire questi due mondi che hanno trainato lo sviluppo di tutte le maggiori economie mondiali degli ultimi 60 anni.

Va sottolineato che il device è un fattore abilitante e non lo scopo ultimo dell’innovazione, che invece si spinge verso la profonda comprensione di quelle correlazioni che rendono profittevole una procedura.”

È quando i dati dell’IoT iniziano a guidare le decisioni che la percezione degli oggetti intelligenti passa dall’essere solo fantastici gadget che portano segnali, ad essere agenti di empowerment che trasformano le organizzazioni.

È così che chiudiamo il gap dell’ultimo miglio.

 

E questo è solo l’inizio. Quando i dispositivi avranno avuto una diffusione più ampia, le cose diventeranno sempre più interessanti, tutto a patto che riusciamo a  decodificare ciò che i dispositivi hanno da dire.

 

Ma qual è la caratteristica fondamentale di questa nuova prospettiva?

“Questo nuovo approccio genererà conoscenza condivisa.

Mentre prima una visione del genere era appannaggio degli esperti, che riuscivano a vedere le sacche di inefficienza annidate nel processo, grazie ad un fattore di “data analysis naturale” dettato dall’esperienza, l’IoT e la deep analysis renderanno più democratico ed accessibile raggiungere l’eccellenza.

Chi vincerà questa grande sfida sono le aziende che riusciranno a realizzare piattaforme iot aperte, per la realizzazione di applicazioni volte a risolvere problemi veri, preoccupandosi della sicurezza e della filiera del dato.”

 

Saremo, quindi, in grado di prendere decisioni più intelligenti sul nostro benessere personale, le nostre prestazioni professionali e il mondo che condividiamo.

 

Con sensori sempre più a basso costo, connettività ovunque e la crescita sempre più rapida

del volume di dati, l’Internet delle cose rischia di rimodellare il mondo come lo conosciamo. Secondo Gartner, Inc., ci saranno quasi 26 miliardi di dispositivi connessi entro il 2020. Dai dispositivi indossabili all’automazione domestica, all’ottimizzazione della produzione, le possibilità sono enormi, ma lo sono anche le sfide.

 

“A mio avviso questa è una vera e propria rivoluzione industriale che farà una selezione naturale delle aziende veramente Innovative e quelle che invece dichiarano di esserlo ma che in realtà sono conservative e faranno molta fatica ad andare avanti.”

 

Se non vuoi farti sfuggire l’opportunità che questa trasformazione digitale porta contattaci per una consulenza gratuita a questa email : marketing@greenvulcano.com

Appena possibile fisseremo un incontro dove potrai risolvere i tuoi dubbi e avrai gli strumenti necessari per affrontare questa rivoluzione.

Continuiamo il nostro approfondimento sullo SmartWorking. Abbiamo già descritto precedentemente le caratteristiche in generale e fatto un’analisi puntuale su cosa dice la normativa a riguardo [NdR vedi  articolo precedente].

Questa volta cercheremo di andare sul pratico dell’implementazione dei processi di lavoro da remoto e lo faremo innanzitutto sottolineando quali sono le principali difficoltà e poi descrivendo degli esempi di successo sia internazionali che nazionali.

6 cose da tenere in conto quando si parla di SmartWorking

Un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite ha rivelato che mentre i dipendenti sono più produttivi quando lavorano al di fuori dell’ufficio convenzionale, sono anche più vulnerabili a lavorare più ore, a un ritmo di lavoro più intenso, interferenze da lavoro a casa e, in alcuni casi, maggiore stress.

Di seguito analizziamo un pò più in dettaglio le principali sfide che la gestione del lavoro a distanza porta con sè.

  • lavorare troppo

Uno dei motivi per cui molti manager non approvano il lavoro a distanza è che temono che i dipendenti non lavorino senza quella supervisione fisica e personale. Ma, la maggior parte delle volte, il contrario tende ad essere la realtà: i lavoratori remoti hanno maggiori probabilità di caricarsi di lavoro e raggiungere più risultati. Quando la vita personale e il  lavoro sono entrambi sotto lo stesso tetto, è più difficile “spegnere”.

Come evitare il sovraccarico?

  1. Bisogna imporre delle pause e impostare orari di inizio e di fine chiari,
  2. Impostare gli appuntamenti sul  calendario per la fine della giornata per uscire dall’ufficio di casa,
  3. Disattivare le notifiche sul telefono e sul computer in modo da non tornare al lavoro dopo poche ore.
  • Interruzioni: famiglia, animali domestici e / o il campanello

La buona notizia è che, quando si lavora da casa, si evitano i colleghi che vengono alla scrivania e altre interruzioni di ufficio (è il compleanno di qualcuno! Si organizza una torta nella sala delle feste!). La cattiva notizia è che probabilmente dovranno essere affrontate altri tipi di interruzioni e distrazioni, indipendentemente dal fatto che sia il corriere di UPS che ti consegna un pacco o i suoceri che vengono senza preavviso.

Questo è doppiamente vero quando i bambini sono coinvolti.

  • Problemi di comunicazione

La comunicazione è fondamentale per un team remoto e per questo mantenerla a livelli decenti è una grande sfida.

Il problema della comunicazione è certamente più complesso se solo alcuni membri del team lavorano in ufficio. Si potrebbero perdere delle importanti discussioni che sono avvenute tra una pausa e l’altra o non partecipare a delle decisioni. A meno che l’azienda non abbia costruito una cultura dell’inclusione per i lavoratori remoti, questo potrebbe essere un problema serio.

L’unica vera soluzione è comunicare il più possibile, chiarendo tutto ciò che potrebbe essere un fraintendimento e essere proattivi nel parlare.

  • Condivisione del materiale

Per lavorare, ai dipendenti dovrebbe essere permesso di utilizzare qualsiasi dispositivo desiderino per accedere alle applicazioni e ai servizi dell’azienda in modo sicuro e da remoto.

L’utilizzo di strumenti tecnologici che connettano a distanza il lavoratore (computer, tablet etc.) non è considerato dalla legge obbligatorio per fare “SmartWorking”, ma certo nei fatti questa è e sarà la modalità prevalente.

  • Differenze di fuso orario

Relativo all’essere o al sentirsi fuori dal giro, alcune aziende riscontrano il problema della differenza di fusi orari. Se l’azienda è dislocata in parti lontane nel mondo potrebbe anche accadere che una parte del team si svegli solo quando l’altra parte sta andando a letto. E se, da un punto di vista della produzione, avere il team dislocato in diverse fusi può essere un’opportunità per generare un ciclo virtuoso dove il lavoro non smette mai di essere lavorato ma passa solamente da un collega all’altro, ciò significa anche che non puoi sempre fare affidamento sul fatto che un collega sia disponibile per rispondere a una domanda urgente o risolvere qualsiasi altra necessità immediata.

  • Tecnologia a Singhiozzo

Niente fa tremare di paura un lavoratore remoto quanto un’interruzione di internet. O, forse, quando il tuo computer si rompe. In queste occasione la responsabilità è solo sul dipendente che deve trovare soluzioni prima possibile perdendo quell’equilibrio lavorativo che era riuscito a costruirsi.

Esempi di successo

Internet ad alta velocità e potenti app consentono a chiunque abbia un lavoro da scrivania di lavorare da casa. Eppure oggi la maggior parte delle aziende insistono nel dire che i dipendenti subiscono il pendolarismo, a volte schiacciante, in un ufficio.

É chiaro che il tempo per un confronto è importante: ottimo per team-building, la collaborazione e per non perdersi nelle sfumature della comunicazione. Tuttavia, come già dimostrano alcune aziende, non è necessario un ufficio fisico per avere successo.

In effetti, si potrebbe obiettare che il fatto di essere completamente remoti con un team distribuito al 100%, senza alcun ufficio aziendale, renda le aziende più redditizie.

Tra gli esempi che abbiamo trovato più interessanti abbiamo scelto:

Buffer

I loro strumenti di gestione dei social media sono utilizzati da oltre 60.000 clienti paganti perché rendono la condivisione sui social network molto semplice e veloce.

Buffer ha un team completamente distribuito, con oltre 80 dipendenti che lavorano in diversi paesi. É molto interessante la mappa dei fusi orari dei dipendenti che viene resa pubblica. Oltre al telelavoro, i benefici per i dipendenti includono vacanze illimitate, libri gratuiti e kindle e ritiri internazionali annuali (l’ultimo era a Waikiki, nelle Hawaii!).

InVision

InVision offre una piattaforma di collaborazione per la progettazione e la prototipazione. Con InVision, i team possono progettare e testare i prodotti utilizzando un’interfaccia intuitiva da qualsiasi luogo, proprio come funziona il team di InVision composto da oltre 220 membri dello staff dislocati in 14 paesi diversi.

Così Avi Posluns, InVision Director of Team Happiness, descrive la loro esperienza:

“Essere distribuiti al 100% è intenzionale. Il nostro CEO Clark Valberg vuole che il suo staff lavori dove vuole, quando vuole. Poniamo l’accento sui risultati, non sulla presenza fisica. Essere remoti ci consente anche di attingere a talenti che non sono limitati dalla posizione fisica. Siamo in grado di coinvolgere i membri del team che sono bravi in ​​quello che fanno indipendentemente da dove si trovano.”

La startup offre un’ampia gamma di benefit tra cui  assicurazione medica personale, tessere gratuite per la palestra, indennità per le attrezzature, borse per conferenze e viaggi, e persino bevande Starbucks illimitate. Check-in settimanali e indagini anonime aiutano a garantire che i dipendenti siano soddisfatti e non abbandonati al loro lavoro.

Barilla

Barilla, ha lanciato il proprio progetto di SmartWorking nel 2013 e punta a coinvolgere tutti i lavoratori entro il 2020, linee produttive escluse.

L’obiettivo del progetto è dare ai dipendenti la possibilità di lavorare in modo flessibile, ovunque e in qualunque momento, grazie a nuovi strumenti digitali di comunicazione e nuove metodologie. Per questo l’azienda emiliana – che impiega nel mondo circa 8.000 persone, con un fatturato superiore a 3 miliardi di euro e 29 siti produttivi – ha esteso il progetto di SmartWorking a tutte le proprie sedi, nazionali e internazionali. La risposta dei dipendenti è stata eccellente: circa 1.200 dipendenti hanno aderito al progetto partito tre anni fa, che punta a coinvolgere tutti i lavoratori, al netto delle linee produttive. Fino ad ora ad apprezzare la possibilità di lavorare in modo agile sono in particolare le donne tra i 30 e i 55 anni e chi effettua un tragitto tra casa e ufficio maggiore di 25 chilometri.

“SmartWorking per Barilla significa tre cose” – afferma Alessandra Stasi, responsabile Organization & People Development – “In primo luogo, lavorare dovunque, comunque e in qualunque momento. E in secondo luogo vuol dire utilizzare gli spazi in un modo diverso: abbiamo lavorato molto nelle varie sedi per riorganizzare gli uffici intorno alle attività di collaborazione, di comunicazione, di concentrazione individuale, che oggi possono essere fatte anche da remoto. Il terzo aspetto sono le tecnologie digitali”.

Conclusione

Lo SmartWorking è un cambiamento organizzativo. Passare dalla presenza fisica in ufficio al lavoro per obiettivi con un’evoluzione dei modelli di leadership.

La percezione che le attuali «pratiche lavorative» non siano sufficientemente flessibili per ottenere il massimo dai propri organici è sempre più diffusa e quindi sempre più aziende si stanno organizzando per instaurare questa nuova cultura.

Ma questi cambiamenti devono portare la definizione di un’ assetto aziendale più fluido che possa permettere di lavorare in remoto accedendo a file salvati nei server locali dell’azienda, di scambiare file tra colleghi in maniera sicura e di automatizzare i processi che più richiedono tempo e meno necessitano la presenza umana.

Per fare tutto ciò GreenVulcano ha ideato un’intera suite di software che sta cambiando la vita lavorativa di numerose aziende internazionali.

Con questo documento abbiamo cercato di dare tutte le informazioni possibili per prendere una decisione, ma ci auguriamo che questa lettura non rimanga solo uno sforzo informativo ma sia uno stimolo per portare una nuova trasformazione nelle aziende.

Se sei intenzionato a saperne di più contattaci qui:

marketing@greenvulcano.com

e insieme cercheremo la soluzione migliore per raggiungere i tuoi obiettivi.

 

L’OPEN SPACE sembra aver fallito. Lo spazio di lavoro aperto e condiviso che sembrava essere la risposta alla routine solitaria e alienante non è efficace e ha anche notevoli ripercussioni sulla produttività. Diffuso negli ultimi anni per migliorare il lavoro di squadra e incoraggiare un flusso di idee costante e libero tra colleghi, sembra cedere il passo a nuove soluzioni.

La futurologa Nicola Millard, esperta di dati, analisi e tecnologie emergenti, ha previsto che i dipendenti diventeranno “lavoratori con lo zaino in spalla”, cioè armati di laptop o tablet, collaboreranno in piccoli gruppi da remoto.

Nel suo discorso al New Scientist Live di Londra, ha ripetuto una teoria su cui insiste da anni: “gli uffici open space sono un modello che non si adatta a nessuno, siamo interrotti ogni tre minuti, ci sono troppe distrazioni”.

Tutto ciò suggerisce che nei prossimi anni gli uffici tradizionali saranno solo un ricordo e ci si orienterà sempre più verso soluzioni fluide, o meglio intelligenti.

In Italia, è solo da pochi giorni che grazie alla sperimentazione avviata lo scorso luglio, i dipendenti di Osmar potranno, attraverso accordi regolati individualmente, lavorare fuori dagli stabilimenti.

Lo SmartWorking rappresenta un grande cambiamento culturale che deriva dalla missione di riconciliare i tempi di vita e di lavoro. I “lavoratori intelligenti” saranno persone senza un cartellino, con totale autonomia. E, come nel caso di ogni “rivoluzione industriale”, sarà un passo che porterà sicuramente molti vantaggi ma anche diversi cambiamenti che l’azienda deve imparare a gestire.

Abbiamo intervistato diversi esperti esponenti del mondo del lavoro e di compagnie internazionali e per approfondire meglio questo argomento abbiamo deciso di iniziare facendo chiarezza su cosa dice la nuova legge che ha reso possibile lo SmartWorking.

La legge sullo SmartWorking

Con la legge sul “Lavoro Agile” (n. 81/2017), lo SmartWorking è stato istituzionalizzato in Italia, e ogni dipendente avrà la possibilità di svolgere il lavoro subordinato in modo flessibile lontano dai locali dell’azienda. La legge si applicherà anche a tutte le pubbliche amministrazioni. Questa legge è rivolta a impiegati o manager e si basa su tecnologie in mobilità come tablet e smartphone.

Agli “operai agili” viene garantita la parità di trattamento – economico e normativo – rispetto ai colleghi che svolgono il servizio con modalità ordinarie. Pertanto, è prevista la loro tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall’INAIL nella circolare n. 48/2017.

In particolare la definizione di SmartWorking, contenuta nella Legge, pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone).

Attenzione però: il lavoro agile non è un nuovo tipo di contratto di lavoro, ma solo una modalità di esecuzione del rapporto subordinato da eseguire in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti: può essere a tempo determinato o indeterminato, ma sempre con la possibilità unilaterale del dipendente di recedere.

Il lavoro agile dal 2013 al 2016 è cresciuto del 40% in Italia. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio SmartWorking del Politecnico di Milano: gli smart worker italiani sono 250.000 vale a dire circa il 7% del totale di impiegati, quadri e dirigenti. A essere interessate ai lavoratori agili sono le grandi aziende (il 30% ha realizzato nel 2016 progetti ad hoc); ancora indietro le piccole e medie imprese.

Lo SmartWorking è dunque un nuovo approccio al modo di lavorare e collaborare all’interno di un’azienda e prevede tre passaggi fondamentali:

  1. rivedere il rapporto di lavoro – dal numero di ore lavorate agli obiettivi da raggiungere.
  2. il rapporto tra manager e dipendente deve passare dal controllo alla fiducia.
  3. rivedere gli spazi di lavoro in chiave smart: con la tecnologia cloud e device portatili la scrivania diventa virtuale.

Il lavoro agile mette al centro dell’organizzazione la persona con lo scopo di far convergere i suoi obiettivi personali e professionali con quelli dell’azienda e aumentare la produttività.

Le aziende italiane, grandi e medie, hanno accolto con favore la nuova legge, che ha inserito in una cornice normativa una prassi da tempo già diffusa in molte multinazionali, e ne ha accelerato l’adozione in molte altre, con un incremento del 14% del numero di smart worker in Italia, passati da 240.000 nel 2016 a 305.000 nel 2017 (fonte Osservatorio SmartWorking Politecnico di Milano).

Conclusioni

Speriamo che alla fine di questo articolo, abbiate acquisito una familiarità con l’argomento SmartWorking e stiate già pensando come implementarlo nella vostra azienda.

Questo articolo è il primo di una serie in due parti. Il secondo parlerà appositamente delle principali difficoltà di chi implementa un progetto di lavoro da remoto e daremo degli esempi di implementazione eseguita con successo sia Internazionale che Nazionali. Inoltre, se hai qualche dubbio o domanda, sentiti libero di scriverci all’email marketing@greenvulcano.com al più presto riceverai una nostra risposta.

Le fabbriche stanno cambiando. Sono sempre più digitali e interconnesse, grazie all’evoluzione di vecchi processi e all’introduzione di nuove tecnologie quali: Automazione, Robotizzazione, Intelligenza Artificiale e Big Data, che nel loro complesso stanno contribuendo a rendere le fabbriche sempre più intelligenti.

La quarta rivoluzione industriale è cominciata anche in Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa con qualche rischio e molte opportunità.

Secondo l’ex Ministro dello sviluppo economico, Mario Calenda, il pacchetto industria 4.0 introdotto il 21 Settembre 2016, aiuterebbe le imprese Italiane a rilanciare la loro capacità competitiva, attraverso investimenti tecnologici molto mirati, contribuendo così a una ripartenza di tutto il comparto economico.

Anche  Luigi Di Maio, leader 5 Stelle e nuovo Ministro dello sviluppo economico ha raccontato cosa farà per l’innovazione e il digitale in Italia. In una recente intervista rilasciata a febbraio durante la campagna elettorale, ha detto di voler sostenere l’ecosistema delle startup, l’industria 4.0 e delle imprese innovative italiane coinvolgendo tutti i settori in cui la tecnologia ha un ruolo chiave, quindi anche scuola, cultura, ambiente e turismo.

Intanto Gianni Potti, presidente di CNCT – Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, lancia un appello al nuovo ministro Di Maio, all’interno di  una lettera dove sono racchiusi 5 punti per una strategia per evitare sprechi e massimizzare i possibili interventi del governo:

  1. Andare oltre la leva dell’iper ammortamento

 

 

In Italia nel 2017 abbiamo registrato il 10% in più di vendite di macchine utensili, rispetto all’anno prima. Ciò ci consente di dire indubbiamente che la prima leva che funziona su Industria 4.0 è l’iper-ammortamento al 250%, dedicato al cambio dei macchinari e del software annesso, nelle aziende.

Provvedimento utilissimo per rigenerare il parco macchine del Paese, ma Industria 4.0 non può essere e non è solo una leva fiscale, è molto di più, è la trasformazione del sistema industriale europeo è la re-ingegnerizzazione del processo produttivo, è il ripensamento totale del rapporto prodotto/servizio. Questa la prima questione da risolvere, ovvero come stimolare, anche con incentivi e voucher la parte del processo produttivo della consulenza, del cloud, della sensoristica, dei social, del marketing, degli analytics e big data, della cyber security e così via.

 

  2. Collegare Competence center e Digital Innovation Hub

 

Negli ultimi anni sono nate due diverse interpretazione del ruolo dei DIH: una nata direttamente in seno all’Unione Europea e la seconda data dal MISE.

L’obiettivo primario è dunque quello di ritrovare una direzione unica per il ruolo dei DIH, portandoli al loro scopo originario: quello di specializzazione sui loro compiti strategici (orientamento, alta formazione e ricerca applicata) e quello, fondamentale, di relazione e connessione con le PMI del territorio locale.

Qualora questo non dovesse avvenire il rischio è di far perdere il treno dell’innovazione a tutto il nostro zoccolo duro di imprese: le piccole e medie.

 

  3. Una strategia condivisa tra Governo, Regioni e Camere di commercio

 

La terza questione è come il piano Industria 4.0 si integra o potrà integrarsi, con Unione Europea, Regioni e Camere di Commercio.

Il suggerimento è la costituzione di una cabina di regia del governo con la Conferenza delle Regioni e le Camere di Commercio, per una strategia condivisa e soprattutto per evitare sovrapposizioni e sprechi.

 

  4. Promuovere l’innovazione delle PMI

 

Le PMI sono la chiave per raggiungere la crescita sostenibile di medio e lungo termine necessaria all’Italia. Come dice il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, “Le PMI sono la chiave per diffondere la quarta Rivoluzione Industriale in Giappone. Promuoveremo e supporteremo l’introduzione di IT e robot adatti ai bisogni di aziende di medie e piccole dimensioni in base alle condizioni aziendali di ogni impresa”.

Si punta chiaramente ad una tecnologia dedicata alle persone e a vivere meglio le nostre città.

  5. Coinvolgere i giovani

 

 

La prima rivoluzione digitale deve avvenire nelle teste degli imprenditori e nelle competenze, con skill diversi e più elevati, con l’elemento umano al centro dell’Industria 4.0 . Decisivo in questo processo è il coinvolgimento dei giovani, sapendo mescolare la naturale predisposizione dei giovani per il digitale con il know-how presente all’interno delle nostre  imprese.

Un ottimo esempio di questa rivoluzione possiamo vederla in Amazon, una delle piattaforme di vendita più utilizzate al mondo, che sta testando i limiti dell’automazione e della collaborazione uomo-macchina.

Mentre le ambizioni dell’azienda di utilizzare i droni per la consegna hanno conquistato una notevole attenzione da parte dei media, nei magazzini dell’azienda già si utilizzano eserciti di robot “Kiva” connessi tramite  Wi-Fi.

L’idea alla base dell’introduzione dei robot Kiva è che ha più senso che siano i robot ad individuare i prodotti negli scaffali e a portarli dove servono, piuttosto che far eseguire questa attività a un umano, per ragioni sia di velocità che di precisione.

Secondo Dave Clark, vice presidente senior di Amazon, nel 2014, i robot Kiva hanno aiutato l’azienda a tagliare i costi operativi del 20%.

Conclusione

L’intero settore è in grande fermento da diversi anni, sia sul lato aziendale che gestionale.

Bisogna dare atto alla politica di aver capito le esigenze di un mercato così dinamico. Il documento di Confindustria a Di Maio conferma l’esistenza di un sano dialogo tra governo e imprese, ma anche l’esistenza di tanti interrogativi e ostacoli ancora da superare per portare il nostro Paese nelle posizioni che merita di occupare.

Continueremo a seguire gli sviluppi, italiani e comunitari, sull’argomento. Seguiteci sul blog e lasciate un commento per dirci cosa vi è piaciuto e cosa vorreste approfondire nelle prossime uscite.

 

L’Internet of Things è un settore in rapido sviluppo. L’IoT è un concetto abbastanza nuovo, eppure ha già conquistato numerose industrie. Secondo il sito Vision Critical, la spesa globale per IoT nel 2016 è stata di 737 miliardi di dollari e in rapida crescita ogni anno. Questo settore in via di sviluppo ha bisogno di profili moderni e brillanti come il concetto stesso, ma qual è il percorso migliore per un lavoro sul campo? Scoprilo con noi.

Conoscere il settore

Per lavorare nel settore bisogna conoscere i suoi mille risvolti. Inoltre, avere una comprensione del lavoro IoT e delle opportunità attualmente disponibili consente di prepararsi al meglio e in modo più specifico.

L’Internet of Things può essere suddiviso in due categorie: IoT dei consumatori e IoT industriale.

Il Consumer IoT è esattamente ciò che sembra: una rete che si adatta al consumatore e che arriva a coinvelgere tutti i prodotti di uso quotidiano: dai Fit Bits ai frigoriferi intelligenti.

Include dispositivi domestici e gadget lifestyle che raccolgono dati rilevanti per il consumatore specifico e servono a trarne beneficio.

L’IoT industriale, invece, è una scala più grande di tecnologia. È l’Internet of Things progettato per aziende e società. Si concentra su sensori, miglioramenti della macchina e dispositivi di sicurezza.

Quindi, quali posti di lavoro si possono avere in una di queste aree? Le possibilità sono molte. L’Internet of Things, e tutto ciò che lo circonda, ha creato opportunità di lavoro per sviluppatori Web, Web Designers, Business Development Manager, Embedded Engineers, Mechanical Engineers e altro.

Capire su quale area si vuole lavorare e quale lavoro specifico si vorrebbe soddisfare può aiutare a preparare e sviluppare le competenze necessarie.

Conoscere le abilità richieste

Per preparare e sviluppare le abilità, devi conoscerle. Una volta che hai scelto una direzione, è utile capire le abilità necessarie per renderti più interessante sul mercato.

Ci sono due diversi set di abilità fondamentali per una carriera nell’IoT: le competenze tecniche e le competenze personali.

  • Le Competenze Tecniche sono esattamente come suonano. Sono il set di abilità concrete e concrete che rendono capace persino di avere successo in un lavoro in tecnologia. Alcune competenze tecniche necessarie alle società IoT riguardano la creazione di reti, la programmazione di computer e la gestione dei dati. È anche importante conoscere i sistemi di incorporamento, in linea con le tecnologie mobili e in grado di gestire i dati. Le aziende sono alla ricerca di persone con conoscenze di elettronica e programmazione e con almeno alcune conoscenze di base di HTML, CSS o JS.
  • Altrettanto importanti sono le competenze personali, comunemente chiamate soft skills. Queste abilità sono fondamentali perchè una persona riesca a lavorare al meglio all’interno di un’azienda, e per eccellere nei lavori che il settore IoT mette a disposizione. L’Internet of Things ha, infatti, bisogno di eccellenti comunicatori, sia per la componente verbale che scritta. Questo campo si sta estendendo oltre il settore tecnico, essere quindi un buon collaboratore che può presentare adeguatamente le idee è un vantaggio importante. Infine, a causa della complessità della materia, alla conoscenza va obbligatoriamente abbinata una buona dose di determinazione.

iot career

Conoscere il set di competenze ideale di un lavoro è sempre importante, specialmente per questo campo. Il mondo della tecnologia è intenso e frenetico, e le società IoT sono alla costante ricerca di profili che si adattino facilmente ai cambi di ritmo e focalizzati ad eccellere.

Preparare la propria crescita

L’esperienza spicca in questo campo. Una volta che hai messo a fuoco le abilità e focalizzato una direzione, la prossima cosa che puoi fare per perseguire il successo è acquisire esperienza.

Molti ambiti dell’IoT sono abbastanza nuovi, quindi l’esperienza è un bene prezioso. Gli utenti senior di Quora consigliano, per esempio, di cercare posti che permettano di imparare.

Ci sono molti siti di formazione online disponibili, o luoghi come jB Hubs (che nell’ultimo ha anche organizzato il suo primo IoT Boot Camp).

Una volta che le basi sono state preparate, ci si dovrebbe focalizzare per acquisire esperienza sopratutto su tecnologie emergenti, sia per la parte di sviluppo web che di sviluppo mobile. E’ consigliabile inoltre l’esperienza nell’uso di dati su larga scala e sugli algoritmi, sempre più spesso usati per aiutare a interpretare la realtà che ci circonda, in modo da sviluppare anche la  capacità di analisi e comprensione dei dati.

Ci sono molti altri modi in cui qualcuno può prepararsi per un lavoro in IoT.

TechBeacon raccomanda di lavorare a progetti collaterali oltre a collaborare con le principali aziende dell’IoT per ottenere una comprensione più approfondita. Ci si può preparare per diventare “fluenti” nei principali linguaggi di programmazione. Ciò significa avere sia la conoscenza che l’esperienza con più linguaggi e sistemi di programmazione al fine di renderti un profilo più completo e con una visione a 360° del tuo settore.

Avere esperienze aggiuntive, oltre alla pura esperienza IoT, è diventato molto allettante per le aziende. Un candidato che ha rafforzato le proprie competenze in corsi di informatica di base o ha imparato a conoscere l’hardware per ottenere una nuova prospettiva su come funzionano i dispositivi IoT è un candidato che spicca.

Continua a sviluppare te stesso, continuamente

Ciò che rende l’Internet of Things così all’avanguardia e di successo è che è in costante e rapido cambiamento e sviluppo. Un settore così dinamico ha bisogno di profili e pensatori altrettanto dinamici.

Se gli ingegneri del software, esperti e con determinate soft skills, sono l’ideale, TechBeacon sottolinea che questi ingegneri devono anche essere “studenti per tutta la vita”.

È importante studiare e tenersi al passo con ciò che è attuale con l’IoT. Un lavoratore ideale è aggiornato su ciò che sta accadendo nel mondo dell’Internet of Things, mentre allo stesso tempo cerca consapevolmente di migliorare se stesso e approfondire le proprie conoscenze.

Pensi di avere tutto ciò che serve per avere successo nell’IoT? Contattaci per un feedback e per maggiori informazioni sull’argomento.

 

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